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La psicologa che cura gli aguzzini di animali: “Non tutti possono guarire”

Cane abusato

Un recente caso di brutale violenza nei confronti di un cane in Canada ha spinto il quotidiano CBCNews a pubblicare un’interessante intervista con Lorin Lindner, psicologa americana specializzata nel trattamento dei cosiddetti “animal offender”, ossia gli aguzzini con una speciale “predilezione” per gli animali.

Il caso di cronaca sopra menzionato ha portato all’arresto di un diciottenne, accusato di aver filmato e pubblicato un video in cui si riprendeva mentre lanciava in aria un cucciolo di cane, con violenza, per farlo poi atterrare malamente al suolo. Il piccolo è rimasto gravemente ferito e, ribattezzato Asha dall’associazione animalista che lo ha preso sotto la sua tutela, è ora in terapia. Dovrebbe riuscire a riprendersi.

CBCNews, alla luce di quanto accaduto e di tutti gli episodi di violenza che, quotidianamente, si registrano in tutto il mondo nei confronti degli animali, si pone giustamente una domanda: quanto dobbiamo preoccuparci dell’esistenza di persone che traggono piacere da questo genere di crudeltà?

Ecco l’intervista alla dottoressa Linder.

Domanda: Cosa c’è che non va in una persona che è crudele con gli animali?

Risposta: Chiunque abbia comportamenti violenti nei confronti di una creatura innocente ha ovviamente un problema in termini di potere, controllo e gestione della rabbia e spesso questo genere di atteggiamenti è appreso. Di solito le persone non vengono al mondo piene di odio verso gli animali. I bambini sono molto, molto docili vicino agli animali. Vogliono stringerli, accarezzarli, e talvolta bisogna che si insegni loro come farlo con gentilezza. E una volta che hanno sviluppato quella compassione da un accuditore empatico – ad esempio un genitore che dice: “Oh, così fai male al cucciolo, ecco come bisogna toccare il cucciolo, ecco come devi accarezzare il cucciolo” – il bambino impara che è così che all’animale piace e che quello è il modo appropriato con cui interagire con lui. Si tratta di una delle modalità più basiche nel nostro apprendimento della compassione e dell’empatia: l’interazione con gli animali. Qualcosa è andato storto nello sviluppo degli aguzzini di animali.

Domanda: Fino a che punto la società deve prestare attenzione quando qualcuno si comporta così?

Risposta: Personalmente, credo – e in questo senso sono supportata dalla letteratura scientifica – che sia importante che la società prenda questi comportamenti molto seriamente. Ignorare atteggiamenti di questo genere dà luogo molto spesso a una spirale di violenza e aggressività. Per questa ragione una delle cose di cui più spesso parliamo in psicologia è il legame tra violenza sugli animali e violenza sui bambini, sul partner, sugli anziani. La violenza non finisce con l’animale, anzi, spesso quello è solo l’inizio. Si tratta di una fase di allenamento per l’aggressività e l’ostilità. Prendersela con una creatura innocente è facile. Ecco dove comincia a svilupparsi il piacere, se si ha un’inclinazione di questo tipo. E l’effetto domino fa sì che questa si trasformi ad esempio in aggressività verso la propria moglie e i propri figli, in incuria verso gli anziani genitori.

Domanda: Ci può dire qualcosa di più, da un punto di vista clinico, sugli aguzzini di animali?

Risposta: E’ un esempio di quello che definiamo “disturbo della condotta”. L’FBI lo riconosce come un sintomo di probabile aggressività verso gli esseri umani. Spesso capita che un bambino molto piccolo sia già violento verso gli animali, e quando lo si nota, bisogna prestarvi attenzione. Bisogna considerare quella violenza come l’espressione di qualcosa – magari anche come una richiesta di aiuto – e pensare che forse il bambino è a sua volta vittima di abusi. Nel disturbo della condotta, si evidenzia una violenza verso gli animali che va ben oltre quella che potrebbe essere la naturale curiosità di alcuni bambini che, sfortunatamente, strappano le ali a una farfalla per vedere cosa succede. Va molto oltre: il concetto è che il bambino prova un senso di piacere dalla violenza, e si tratta di qualcosa di assai pericoloso perché generalmente il piacere non comincia e finisce sugli animali. Una volta che un ragazzino mostra disturbi della condotta, se non si interviene il rischio è che essi evolvano in una personalità antisociale già dopo i 18 anni.

Domanda: Lei si occupa di trattare persone che maltrattano gli animali. Come ci lavora?

Risposta: Si tratta di un programma della durata di dieci settimane. Aiuta gli individui a sviluppare un senso di empatia, una capacità di mettersi nei panni dell’animale, della vittima.

Domanda: Come si insegna l’empatia?

Risposta: Non utilizziamo mai, nella maniera più assoluta, gli animali per il trattamento perché se qualcuno trae gratificazione nel far loro del male, non vorremmo mai che la potenziale vittima debba averci a che fare. Ma all’inizio utilizziamo vignette dove viene descritta la crudeltà. Prima di tutto, lasciamo che queste persone descrivano l’episodio di maltrattamento in cui sono state coinvolte. E se ve ne sono stati molti, ne scegliamo uno e aiutiamo queste persone a vedere le cose dal punto di vista dell’animale, per far loro comprendere cosa hanno provato, quale terrore, quale dolore. A volte dobbiamo fare un passo indietro e comprendere dove comincia l’empatia di questi individui. La provano nei confronti degli esseri umani oppure no? Come si sentono se parliamo loro di bambini che sono oggetti di bullismo a scuola? Provano empatia nei loro confronti? Dobbiamo riportarli là dove la loro empatia comincia e ripartire da quel punto. Odio doverlo dire, ma con alcune persone non è possibile. E quelle persone hanno bisogno di una pena severa e devono rimanere in carcere a lungo. Questi crimini devono essere trattati con la severità che meritano, e con le sentenze più dure possibile.

Foto: repertorio.

 

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