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[VIDEO] Addio Oliver! È morto l’orso simbolo delle fattorie della bile in Asia

L’orso della luna Oliver, figura animale carismatica che per anni ha ispirato la lotta contro le fattorie della bile in Asia, è morto negli scorsi giorni.

Oliver era letteralmente il simbolo della battaglia dell’associazione Animals Asia contro la detenzione in cattività degli orsi della luna, costretti per tutta la loro vita in gabbie piccole come bare, perché gli allevatori possano “spremere” dal loro corpo la bile e utilizzarla come ingrediente nella medicina tradizionale asiatica.

L’orso era stato salvato da Animals Asia quattro anni fa: aveva trascorso esattamente un trentennio nelle mani dei suoi aguzzini. Dopo essere stato prelevato dalla sua gabbia, era stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico nella clinica mobile dell’associazione, in modo da poter rimuovere immediatamente il catetere, lurido e veicolo di infezioni, utilizzato per prelevare la sua bile. Successivamente, Oliver era stato trasferito in maniera permanente nel santuario per orsi di Chengu, nell’ovest della Cina, sempre nelle cure di Animals Asia che ha potuto garantirgli serenità per l’ultima fase della sua vita.

Secondo l’associazione, Oliver era riuscito a mantenere intatta un’indole dolce e tollerante nonostante fosse stato seviziato per una vita intera: presto, la sua personalità affascinante si era trasformata nell’epitomo della lotta per i diritti animali in Asia ed era stata la protagonista di un documentario, “Cages of Shame”, che metteva in luce gli orrori delle fattorie della bile.

Al momento del salvataggio, Oliver era già un orso molto anziano – di norma, infatti, gli orsi della luna superano raramente in trent’anni di età. Tuttavia, negli ultimi quattro anni le condizioni di salute dell’animale erano state soddisfacenti e gli avevano permesso una qualità della vita più che accettabile, aggravandosi soltanto negli ultimi giorni.

La progressiva debolezza di Oliver e il suo ormai evidente stato di sofferenza hanno spinto lo staff di Animals Asia, a malincuore, a propendere per una pietosa eutanasia: una decisione comprensibile, finalizzata ad evitare all’orso ulteriori sofferenze oltre a quelle che aveva patito inutilmente per un trentennio.

La morte di Oliver è stata, pur nella tragedia, assai dolce e serena: ad accompagnare gli ultimi momenti della sua vita c’è stato un viavai continuo di volontari che lo hanno coccolato, rassicurato e che hanno pianto per lui. La fondatrice di Animals Asia, Jill Robinson, si è detta “con il cuore spezzato” per il decesso di Oliver ma ha anche ribadito di ritenere che l’orso abbia, comunque, vinto la sua battaglia già solo per il fatto di essere riuscito a sopravvivere dopo il salvataggio del 2010.

“Oliver era un orso ridotto a pezzi quando lo abbiamo trovato”, racconta. “Il suo corpo e le sue zampe erano completamente deformi a causa della lunga permanenza in quella gabbia e avevamo timore che non sarebbe riuscito a sopravvivere al viaggio di 1500 miglia verso il santuario. Quel giorno, quando le condizioni di Oliver cominciarono a deteriorarsi – ansimava pesantemente e non voleva mangiare – i nostri veterinari deciderò che solo un intervento chirurgico di emergenza avrebbe potuto salvargli la vita. Era un orso anziano che aveva sofferto più di quanto chiunque possa immaginare ma non ci sembrava giusto che arrivasse così vicino alla libertà e morisse”.

Quel giorno, sul tavolo operatorio, i chirurgi rimossero dal corpo devastato di Oliver il catetere sporco che prelevava la sua bile e, contestualmente, anche la cistifellea, ormai malata e infetta.

“Oliver avvicinò così tanta gente quel giorno – da Shandong a Chengdu e per tutta la Cina – e non smise mai di farlo da quel momento in poi. Siccome era un orso anziano che rifiutava di arrendersi, la sua battaglia ispirò la nostra”, ricorda ancora Jill Robinson. “La sua storia continuò ad essere raccontata in tutto il mondo, facendo aumentare la consapevolezza degli orrori che si nascondono nelle fattorie della bile. Quell’orso spezzato divenne un maestro e la sua natura stoica e al contempo gentile continuerà ad ispirare il salvataggio di tanti suoi simili”.

Ad oggi, sono ancora oltre 10,000 gli orsi della luna – una specie a rischio di estinzione – ridotti in schiavitù nelle fattorie della bile, localizzate in Cina e in altri Paesi dell’Asia. Molti di questi esemplari, al momento del salvataggio di Animals Asia, risultano ormai ciechi e mutilati di artigli e zanne per essere meno pericolosi per gli allevatori. Troppi sono quelli segnati per sempre, da un punto di vista psicologico, dagli orrori che sono stati costretti a sopportare.

Il veterinario capo di Animals Asia, Nic Field, ha riferito che “l’intero team medico è devastato dalla morte di Oliver. Ma la sua storia è così potente, e lui è diventato un tale punto di riferimento per il supporto che riceviamo nel nostro lavoro, da rappresentare la sofferenza della decina di migliaia di orsi che ancora languono nelle fattorie della bile. Più di tutto, tuttavia, Oliver è stato un simbolo di speranza. Ogni visitatore del nostro santuario e chiunque ci supporti conosce la sua storia. La sua eredità, quindi, continuerà a vivere”.

Oliver è morto in pace, la sua zampa enorme e innocua stretta tra le mani di uno dei volontari che tanto lo amavano.

Buon viaggio, Oliver!

Nelle foto: i momenti final della vita di Oliver (fonte Daily Mail).

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3 Commenti

  1. Mi sà che dietro ci stà sempre la Cina.Non mi vorrei sbagliare.

  2. Come si fa davanti a questi orrori ad esser ” moderati e civili ? ??

  3. La stupidità di alcuni esseri umani sporca anche le cose più belle e lontane dal degrado.
    Mi auguro che tutto questo possa portare ad un reale cambiamento molto presto.
    Ciao Oliver piccolo orsetto.

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