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Educazione cinofila, parla il prof. Marchesini: coi cani occorre andare oltre l’obbedienza

Con il cane occorre andare oltre l’obbedienza

di Roberto Marchesini

I cani sono animali dall’intelligenza sociale assai spiccata e non penso di azzardare se affermo che da un punto di vista relazionale ci superano di molte lunghezze. In fondo sono gli uomini ad abbandonare i cani e non viceversa e questo già dovrebbe farci riflettere. Per il cane il gruppo familiare è una squadra, un solo corpo che deve muoversi all’unisono e per questo motivo il cane è interessato a costruire la massima concertazione. Il cane pertanto è già predisposto a collaborare, ciò significa che pretendere da lui l’obbedienza è di fatto una limitazione rispetto alle grandi potenzialità  che il nostro amico a quattro zampe possiede. Spesso si sente parlare di dominanza del cane, come se lui veramente considerasse la relazione in termini di potere, ma questo è un antropomorfismo. Persino il concetto di leadership è errato se l’applichiamo in modo immedesimativo perché, mentre per l’uomo essere leader vuol dire delegare agli altri il lavoro spicciolo e in ultima analisi essere esonerati dal fare, nel mondo dei cani il leader è quello che si assume qualunque onere e che lavora continuamente per il suo gruppo, non solo nel prendere le decisioni ma altresì per difendere il proprio gruppo. L’istruzione del cane troppo spesso viene interpretata come educazione all’obbedienza, distruggendo di fatto le plusvalenze collaborative e consensuali che il cane potrebbe esprimere se solo si desse un corretto indirizzo al suo profilo etologico. Il nostro antropocentrismo è pertanto la più grossa ipoteca per capire il cane.

In genere infatti si approccia la questione educativa del cane in modo antropocentrico: il cane educato è quello che non sporca in casa, non tira al guinzaglio, si mette seduto o a terra se glielo si chiede, se chiamato ritorna, è obbediente e si lascia guidare dal proprietario, non disturba e non mette in atto comportamenti distruttivi in casa, è docile e non si rivolta quando gli si impone qualcosa. In altre parole nella visione tradizionale l’educazione è ciò che rende facile la gestione ordinaria del cane mentre l’istruzione ha a che fare con le eventuali prestazioni che si richiedono al cane, come la guardia, la difesa, la caccia, la conduzione di pecore, la ricerca. Questo è l’approccio addestrativo che riprende un po’ la filosofia militare per mettere a punto un cane capace di rendersi pienamente gestibile e parimenti capace di svolgere le mansioni che gli si richiede. Ovviamente la pedagogia è un’altra cosa, capace di rendere possibili anche i risultati gestionali e performativi – che non si vogliono assolutamente ignorare o sottovalutare – ma che parte da altri presupposti e soprattutto rende possibili ulteriori obiettivi, oggi quanto mai indispensabili per l’integrazione del cane. Vorrei sottolineare che la differenza tra un approccio pedagogico e uno addestrativo non riguarda propriamente il metodo – non è questione di essere gentili o meno, su cui ormai mi auguro non ci siano più discussioni – ma l’intero complesso di lavoro. Sostengo peraltro che molti che si dichiarano addestratori e pensano di fare delle semplici sedute di training in realtà hanno un’impostazione pedagogica, seppur non chiara ed esplicitata.

Parlare di pedagogia è tutt’altro che un antropomorfismo anzi, è vero il contrario. L’approccio pedagogico è cinocentrico: è un progetto sull’evoluzione del cane fondato sulle sue qualità, ovviamente in vista di un inserimento nella società umana. Ecco allora che in una visione pedagogica l’educazione non è altro che l’indirizzo e l’ausilio per la costruzione di un carattere equilibrato e aperto, in modo curioso, al mondo, che possieda capacità di relazione e di integrazione con l’uomo e le altre specie e che sappia facilmente adattarsi alle situazione future. In una visione pedagogica benessere e gestibilità sono fortemente correlate e in genere dal benessere deriva la gestibilità non il contrario.

Da molti anni insieme ai miei collaboratori stiamo lavorando su protocolli educativi che abbiano come obiettivo principe non il deprimere la natura del cane ma valorizzarla permettendole di svilupparsi in senso concertativo e collaborativo. L’approccio cognitivo pertanto non è solo un modo gentile di educare il cane ma un modello che parte dalla mente del cane per darle le migliori opportunità per integrarsi pienamente nella società umana. Oggi più che mai abbiamo bisogno di educatori che non solo siano attenti a rispettare la senzienza del cane ma che soprattutto siano rispettosi della natura del cane mettendo in discussione l’approccio antropocentrico.

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27-28 Aprile a Torino; 4-5 Maggio a Bologna; 25 Maggio a Napoli, Perugia e Verona.

Il corso prepara esperti sulla relazione uomo-cani, in grado di portare le proprie competenze oltre le consulenze al privato, come attività nei canili, rifugi e allevamenti. Non è necessaria una preparazione di base o titoli specifici per l’iscrizione.

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Editoriale di Roberto Marchesini/SIUA, 19 aprile 2013.

Foto: un cane e il suo trainer (fonte SIUA).

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4 Commenti

  1. non c’è ragione di giustificarci. il blog è a spese nostre e tutti, e sottolineiamo tutti, i pochi soldi eventuali che guadagniamo finiscono donati. idem il materiale. questo blog non è neppure in pareggio: è in perdita 😀

  2. bè, il no profit non c’entra … la pubblicità può essere fatta per finanziarsi, per il no profit basta che il bilancio tenda a pareggio, e che quell’utile che dovesse esserci non sia distribuito ma reivestito o donato.
    In ogni caso era solo una battuta, ci mancherebbe che dovete giustificare ciò che decidete di pubblicare ….. ciao e buon lavoro.

  3. no david. redazionale e basta. questo blog è non profit. ci è stato chiesto se ci interessava un contenuto sull’educazione cinofila e abbiamo deciso di pubblicarlo in quanto tale.

  4. Redazionale pubblicitario ?

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