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[VIDEO] La fine delle pecore quando cala la loro produzione di lana

Che fine fanno le pecore quando cominciano a non essere più convenienti, in termini di produzione della lana?

Secondo una recente newsletter inviata da PETA, il destino degli animali subisce un brusco, repentino peggioramento.

Quando le pecore non vengono più ritenute in grado di produrre un quantitativo accettabile di lana destinato al profitto degli allevatori australiani, muoiono.

Una sorte immaginabile, non soltanto per coloro che “masticano” di diritti animali, ma le cui implicazioni sono peggiori di quanto non si potrà mai pensare.

Questi animali gentili, mansueti, vengono venduti come “bestiame da carne” e spesso e volentieri costretti ad intraprendere viaggi infernali, lunghi settimane, che dall’Australia li trasporteranno in Medio Oriente e Nord Africa, dove verranno macellati.

Di norma, questi viaggi avvengono su navi cargo stipate all’inverosimile. Gli animali, schiacciati l’uno contro l’altro, rimangono in quelle condizioni per settimane. Una vita di miseria, che spesso e volentieri termina durante il viaggio a causa delle pessime condizioni di mantenimento, degli improvvisi malori, dei colpi di calore o di freddo. Talvolta, i corpi degli animali morti vengono gettati fuori bordo, oppure fatti a brandelli attraverso enormi tritacarne che scaricano nel mare.

Vale la pena ricordare che le pecore australiane, famose per la loro lana merino, vengono già sottoposte alla crudele pratica del mulesing, di cui avevamo già parlato più esaustivamente in questo articolo.

L’Australia, da sola, esporta più ovini di qualunque altro Paese del mondo e il 99% degli animali esportati è destinato a Bahrain, Turchia, Qatar, Giordania e Arabia Saudita.

Di norma, durante i viaggi, gli animali si ammalano di salmonellosi e patologie intestinali. Nel corso delle traversate via mare, le pecore vengono regolarmente private di acqua fino a 38 ore. Pigiate l’una contro l’altra, le pecore riescono a malapena a muoversi, non possono neppure girarsi. Quelle che cadono, perché i loro arti restano fratturati nella calca, o per lesioni interne, o frattura delle costole, o malattia, vengono chiamate “downers” dagli addetti ai lavori. Non si rialzeranno mai più. Moriranno, di solito, prima di raggiungere il porto.

Una nave cargo, da sola, è in grado di trasportare fino a 125,000 pecore. Ognuna di esse, in media, occupa uno spazio sul suolo pari alla grandezza di un foglio A3 (circa 0,36 metri quadrati).

Quello che attende le pecore al termine della lunga traversata non è meno terribile.

Ogni anno, sono milioni le pecore vittime dell’export di bestiame da carne. Al termine del viaggio, gli animali vengono trattati senza alcuna considerazione o decenza: presi a calci, picchiati, trascinati a terra per le orecchie, le corna, le zampe.

Vengono lanciati a corpo morto nei camion destinati ai mattatoi, talvolta fratturandosi le zampe. Stipati sul retro di piccoli furgoni, nel caldo soffocante e al buio. Infine, vengono sgozzati e lasciati a morire dissanguati mentre sono ancora perfettamente coscienti.

Già nel 2005 PETA, con la collaborazione degli attivisti australiani per i diritti animali, aveva pubblicato i risultati di una investigazione sotto copertura che aveva messo in luce la scioccante realtà dell’export del bestiame.

A seguito di nuova, recente documentazione, è diventato ovvio che nulla è cambiato.

A questa pagina, se lo desiderate, potete firmare una petizione che chiede un giro di vite in merito alla regolamentazione del trattamento degli animali da macello. Vi chiediamo di condividerla con le vostre conoscenze.

Nelle foto: le condizioni di un montone all’arrivo in Medio Oriente, come documentato da PETA (fonte).

Di seguito, un video che mostra una delle investigazioni condotte nel 2010.

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