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Cronaca di un fenomeno chiamato Randagismo

Venerdì 13 Aprile c.a., a San Giorgio La Molara (BN), si è tenuto un convegno dedicato al randagismo. Un’importante occasione per mettere a confronto le varie figure coinvolte, legate a questo tema nella provincia beneventana.

Il dibattito, organizzato dalla Lega Nazionale Difesa del Cane sezione di San Giorgio del Sannio, ha visto la partecipazione della Dott. ssa Rosalba Matassa Responsabile Operativa Tutela degli Animali del Ministero della Salute, del Dott. Fiorentino Materiale Responsabile dell’Unità Operativa Sanitaria Animale ASL Benevento, dell’Assessore Provinciale alle politiche Ambientali Dott. Gianluca Aceto e del Vice Presidente nazionale della LNDC Dott. Giuseppe Gatti.

Il dato più importante, fornito dalla Dott. ssa Matassa, ha evidenziato che la Campania è una delle cinque regioni italiane dove il problema randagismo è ancora irrisolto benchè le risorse messe a disposizione dal Ministero della Salute siano state considerevoli. Le cause principali: mancanza piani di controllo delle nascite attraverso sterilizzazione; strutture preposte ad accogliere gli animali abbandonati inadeguate e insufficienti; Istituzioni troppo spesso inadempienti.

Nonostante nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un cambiamento radicale del rapporto tra gli uomini e gli animali (in particolare quelli d’affezione), tanto negli orientamenti collettivi, quanto nella regolazione giuridica, ancora oggi siamo a combattere un fenomeno chiamato Randagismo.

I randagi sono tanti e se da un canto rappresentano per i funzionari pubblici un vero “problema”, dall’altro sono fonte di preoccupazione e sofferenza per le tante persone che ravvedono in questa condizione un’ingiusta penalizzazione.

La Legge 281 del 1991 stabilisce che sono le autorità locali, Comuni e Sindaci, Vigili Urbani, i responsabili della gestione del randagismo sul territorio: la normativa però viene troppo spesso disattesa. Le leggi quindi ci sono ma non vengono rispettate, e non solo dai cittadini, ma anche dagli organi istituzionali preposti. Nei Comuni, dove i cani vengono lasciati moltiplicarsi, quando la situazione sfugge al controllo o succede qualcosa di eclatante, come aggressioni da branco, c’è un rimbalzo di responsabilità tra Sindaci, Prefetto e Procura per la mancata vigilanza. Nello scarica barile generale si punta il dito sugli animali, con la totale mancanza di volontà a voler risolvere realmente il problema, se non con ordinanze affama-randagi che vietano di sfamare oltre ai cani anche i gatti, o stragi di animali avvelenati per mano di cittadini che decidono di farsi giustizia da soli. Siamo certi che se i responsabili di abbandoni, maltrattamenti e uccisioni di animali fossero sanzionati come prevede la legge, nelle casse comunali entrerebbero anche i fondi necessari per contrastare il randagismo che adesso lamentano di non poter sostenere.

Solo attraverso un apporto concreto il sistema può identificare e tutelare tutti gli animali, creando premesse affinché anche nei singoli comuni, si attivino iniziative sostanziali. Gli amministratori comunali devono realizzare che certe scelte sono capaci di incidere positivamente sulla qualità e la civiltà di convivenza tra uomini e animali, ma soprattutto sui loro bilanci.

Non ci sfugge che in pochi anni siamo passati dalla deregulation assoluta e dalla cinica e spietata applicazione del DPR 320/54, a percorsi dettati dalla 281/91 e dalle leggi regionali.

Nonostante siano stati raggiunti determinati obiettivi, che nessuno ci ha regalato, ma sono frutto della nostra determinazione e della nostra fatica, emerge la necessità di intervenire su alcune realtà degradate che sono causa ed effetto di un “insana cultura”; è per questo che assistiamo ad abbandoni quotidiani da parte di proprietari incoscienti e ignoranti, con conseguenti sovraffollamenti dei canili e aumento di spese a carico della comunità. Questa sorta di deregulation assoluta, voluta dagli enti stessi, aziona un meccanismo mafioso che gestisce il “mercato dei randagi” attraverso imprese chiuse e incontrollabili, un business per affaristi senza scrupoli. Per loro l’affare conviene se si lavora su numeri considerevoli e alcune delle condizioni prevalenti per assicurarsi l’appalto sono l’economicità del servizio e il ribasso a base d’asta. Ed in tutto questo i cani sono passati dalla pena di morte alla detenzione a vita.

Auspichiamo che Comuni si occupino con maggiore attenzione del risanamento dei canili esistenti, troppo spesso fatiscenti e inadeguati a ospitare centinaia di animali, oltre che della costruzione di nuovi rifugi. E’ tempo che i tanti canili inaccessibili ai volontari aprono i cancelli permettendo alle associazioni animaliste e zoofile di partecipare alla vita della struttura, nell’interesse degli animali e a garanzia di una gestione trasparente.

Finchè si faranno affari con il randagismo ci sarà sempre qualcuno che lavorerà per mantenerlo inalterato o incrementarlo; ecco perchè ogni intervento, per essere efficace, deve contenere la limitazione dell’affare facile, con alcune e semplici regole, infine deve essere messa in campo ogni risorsa disponibile per un vero programma di sterilizzazioni, anagrafe canina, adozioni consapevoli, nonché campagne di sensibilizzazione e informazione volte a promuovere un corretto rapporto uomo animale e la conoscenza delle leggi a loro tutela.

Piera Rosati

dir. Ufficio Comunicazione e Sviluppo LNDC

comunicazione.sviluppolndc@gmail.com

Lega Nazionale per la Difesa del Cane

Via Catalani 73, 20131 Milano

cell. 335 7107106

Tel. e Fax 02 26116502

www.legadelcane.org

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Un commento

  1. antonio gargiulo

    non si preoccupano dei cittadini figuriamoci degli animali. non hanno empatia. sono egoisti. forse non sanno quello che fanno. per questo c’e’ bisogno di stargli addosso senza mai desistere. petizioni ad oltranza.

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