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Introdacqua: il bracconaggio continua spietato [VIDEO]

Riportiamo a seguire, senza modifiche, il comunicato fornito a Rete5 dal Presidente Orsa Pro Natura Peligna, Maria Clotilde Iavarone, in merito agli episodi di bracconaggio che macchiano la zona pedemontana di Introdacqua.

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INTRODACQUA – “Continuano indisturbati e anzi appaiono in aumento gli episodi di bracconaggio notturni ad opera di numerosi ed organizzati cacciatori malavitosi nella zona pedemontana del Monte Playa di Introdacqua, dove peraltro discariche abusive di ogni genere come frigoriferi, eternit, materiale di risulta da lavori edilizi, residui di macellazioni clandestine non sembrano essere tra le priorità degli organi preposti e sono ignorate dall’amministrazione comunale.Considerato il contesto ambientale marginale e non urbanizzato della zona, il bracconaggio riesce ad avere una visibilità molto ridotta per la sua peculiarità pratica ed operativa e per le sue metodologie e tempistiche che favoriscono una connotazione sotterranea delle sue espressioni e dei suoi impatti ecologici e sociali.

Sempre più frequenti e cospicui sono i ritrovamenti della testa o delle estremità degli arti di animali protetti che vengono abbandonati sul posto dopo che ne sono state asportate le parti commestibili (foto).

Una volta ucciso il capo e occultata di nuovo l’arma per evitare rischi legati al trasporto e all’attribuzione al responsabile, ci si allontana velocemente per poi recuperare l’animale ucciso in un secondo momento a notte fonda, dopo averlo sezionato direttamente sul luogo di abbattimento.

Si riscontra analogo comportamento nella caccia da appostamento normalmente effettuata a bordo di autovetture, che viene esercitata principalmente nelle ore crepuscolari o notturne nei punti regolarmente frequentati dagli animali selvatici come fonti d’acqua o nei siti di attraversamento.

Nella frazione di Mastroiacovo inserita in ambiente semi-naturale e al limite delle aree boscate esiste anche un’altra pratica piuttosto diffusa: l’uso di armi da fuoco direttamente dalle abitazioni in orario serale o notturno, quando gli animali, soprattutto cinghiali, escono dal limite inferiore del bosco per avvicinarsi alle aree coltivate.

La sovrapposizione tra l’attività venatoria legale e il bracconaggio è frequente e i due fenomeni identificano la fauna selvatica come risorsa economica, intesa come profitto accessibile e come strumento di facili guadagni.

Il bracconaggio è esercitato soprattutto nei confronti dei cinghiali, attività che può procurare a un bracconiere di professione un reddito superiore a un normale stipendio considerato che un kg di carne di cinghiale sembra che sia pagato 5/7 €.

Si evince quindi l’importanza degli introiti provenienti da chi procaccia selvaggina al fine di commercio durante tutto l’arco dell’anno procurando un profitto derivante dalla commercializzazione illegale e sistematica dei capi abbattuti.

Nessuna remora, all’occasione, impedisce l’abbattimento di cervi e caprioli, numerosi nell’area in esame.

La maggior parte della carne proveniente dall’attività di bracconaggio, oltre al consumo domestico, viene commercializzata nei ristoranti e il bracconaggio assume, per le caratteristiche di continuità, la funzione di forma integrativa di reddito aggiunto per cui è condotta durante tutto l’arco dell’anno poiché il mercato non concede pause e rafforza il giro d’affari illegale.

La ricettazione e la commercializzazione abusiva dei capi abbattuti comporta però rischi potenziali per la sanità pubblica e violazioni alle normative sanitarie e a quelle sullo smaltimento dei rifiuti organici, oltre all’ elusione del regime fiscale.

Le carni macellate clandestinamente e destinate al consumo umano infatti non sono sottoposte a nessun controllo sanitario e sono quindi potenzialmente veicolo di trasmissione di alcune patologie che possono essere trasferite all’uomo.

Gli scarti delle macellazioni clandestine non vengono smaltiti secondo quanto stabiliscono le normative vigenti, che prevedono un iter documentale; infatti lo smaltimento di resti organici nell’ambiente avviene in maniera abusiva e indiscriminata, causando e potenziando il rischio di diffusione di agenti patogeni per la fauna, domestica e selvatica, e per la collettività umana.

Non risulta che nella zona siano mai stati effettuati controlli su quei ristoranti che offrono alla clientela ragù di cinghiale o di cervo per controllare la legittimità della provenienza delle carni né risulta che siano mai stati effettuati controlli sui redditi dei possessori dei potenti fuoristrada che perlustrano ogni notte la zona.

Il mondo contadino plaude al bracconaggio al cinghiale, l’opinione pubblica lo tollera perché ritiene che si riducano così i danni all’agricoltura senza avere la percezione diretta e puntuale dell’entità del fenomeno e delle sue implicazioni collaterali: la tolleranza del fenomeno implica complicità morale di ricettazione, evasione fiscale, commercializzazione abusiva, violazione delle norme sanitarie, violazione delle normative sui rifiuti organici oltre al reato di bracconaggio.

E’ evidente quindi come il bracconaggio non consuma solo reati in ordine alla materia venatoria ma le attività connesse ad un bracconaggio anche non del tutto sistematizzato spaziano tra diversi ambiti normativi previsti dal Codice Penale e anche da legislazioni speciali di settore: è evidente che l’accettazione passiva ed indifferente di comportamenti illeciti in materia venatoria e la sostanziale tolleranza esistente verso i reati di bracconaggio, comunemente ritenuti minori, possono sicuramente rappresentare l’origine di illegalità di ben altra dimensione e gravità.

Da parte dell’Associazione Pro Natura, i cui iscritti più volte hanno segnalato il fenomeno alle Autorità competenti del Territorio senza alcun esito, si ritiene che la sottovalutazione del reato di bracconaggio da parte degli organi di Polizia Giudiziaria presenti sul territorio favorisca tutto questo.

Dal Corpo Forestale dello Stato che ha grandi competenze e professionalità in materia di tutela della fauna, ci si aspetterebbe che uomini e risorse fossero destinati a questo compito.

Invece la tendenza degli ultimi anni è quella di privilegiare altri settori sicuramente importanti come gli abusi edilizi e megadiscariche illegali, ma si rischia di trascurare la tutela dei boschi e dei suoi abitanti.

Questa associazione, nel denunciare agli organi competenti questa situazione di illegalità che ha sicuramente analoga trasposizione in tantissime altre zone del territorio, chiede che al fenomeno sia dedicata maggiore attenzione da parte delle Istituzioni (in indirizzo) preposte al controllo e si proceda all’utilizzo di mezzi di contrasto più efficaci: controllo dei redditi, controllo dei ristoranti, presenza più costante nell’area, appostamenti fissi, trappole fotografiche e tutti gli strumenti sofisticati di cui le Istituzioni sono dotate.

Inoltre agli uffici della Provincia di L’Aquila e all’ATC di Sulmona si chiede la trasformazione in zona di ripopolamento dell’ area cinofila temporanea di Monte Playa (che esiste da anni e quindi temporanea non è) che arreca continuo disturbo alla fauna nel periodo di riproduzione oltre che essere sottoposta ad una elevata pressione venatoria e alla costante presenza dei bracconieri”.

Maria Clotidle Iavarone

Presidente Orsa Pro Natura Peligna”

Di seguito, un video che mostra le barbarie del bracconaggio.

La foto in apertura è da considerarsi di repertorio.


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