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Crudeltà sugli animali: abusi passivi e abusi attivi

Esistono molte e diverse ragioni per cui alcuni individui abusano degli animali. La crudeltà nei confronti degli animali copre una vasta gamma di azioni, o assenza di azioni, al punto che una semplice risposta non è mai semplice e neppure esaustiva. Ogni tipologia di abuso corrisponde a determinati percorsi comportamentali che permettono di comprendere di più in merito alle motivazioni che spingono gli aguzzini a compiere i maltrattamenti di cui siamo testimoni ogni giorno.

In linea di massima, la crudeltà verso gli animali può essere suddivisa in due macrocategorie: l’abuso attivo e quello passivo, altrimenti detti rispettivamente azione e omissione.

La crudeltà passiva riguarda in genere i casi di incuria, dove il crimine consiste in una mancanza di azione anziché il contrario. Tuttavia bisogna fare attenzione a non fraintendere il significato, in questo caso, del termine omissione e non sollevarlo della sua gravità: questo perché gravi atti di omissione nei confronti degli animali sono in grado di causare incredibile dolore e sofferenza alla vittima.

Esempi di atti di crudeltà passiva includono non-azioni come il lasciare che un animale soffra la fame, la sete o i parassiti, permettere – banalmente – che un collare sia così stretto da penetrargli nella pelle, non provvedere ad un rifugio adeguato all’animale in modo da proteggerlo dalle intemperie, e non fornire all’animale cure veterinarie quando necessario.

In molti casi di incuria risulta ovvio che l’abuso sia causato dall’ignoranza, e in tal caso l’azione delle istituzioni può comportare che si cerchi di educare il proprietario dell’animale e che si ritorni in un secondo momento a verificare eventuali miglioramenti della situazione.

Casi di incuria più severi dovrebbero comunque sempre esigere che l’animale venga rimosso immediatamente dal posto e trasportato al sicuro.

La crudeltà attiva implica invece un intento doloso, ossia una deliberata intenzione di fare del male a un animale. 

Gli atti di crudeltà intenzionale sono spesso scioccanti nella loro vastità e varietà e dovrebbero essere sempre considerati indice di gravi problemi psicologici e comportamentali. È ormai assodato che gli individui che mostrano inclinazioni sadiche nei confronti degli animali debbano essere valutati con grande attenzione da un punto di vista mentale, poiché spesso azioni di questo genere denotano comportamenti sociopatici.

L’abuso animale inteso come violenza attiva può assumere molte forme e avvenire per molti motivi. In ambienti familiari violenti, un individuo abusivo e sadico può uccidere o minacciare di uccidere gli animali di casa con l’obiettivo di intimidire gli altri membri della famiglia o semplicemente per intimidirli da un punto di vista psicologico, sottolineando il suo “potere”.

Secondo uno studio datato 1997 e compiuto dalla SPCA e dalla Northeastern University, gli individui che manifestano comportamenti violenti nei confronti degli animali sono cinque volte più propensi a commettere crimini violenti contro gli esseri umani.

Molti studi nell’ambito della psicologia, sociologia e criminologia nel corso degli ultimi 25 anni hanno dimostrato che i criminali violenti hanno, in genere, manifestato tendenze sadiche nei confronti degli animali nell’infanzia e nell’adolescenza. L’FBI ha riconosciuto questa connessione fin dagli anni Settanta, analizzando le vite dei serial killer. Altre ricerche hanno sottolineato una connessione tra abusi animali e altre forme di crudeltà: verso il partner, verso i bambini, verso gli anziani. 

L’abuso di un animale è un modo per l’aguzzino di provare una sensazione di potere, gioia, soddisfazione attraverso la tortura di una vittima che non può difendersi: questo è un assunto che, ridotto all’osso, definisce abbastanza bene un atto di violenza verso una creatura non umana. Basta sostituire qualche sostantivo, riferendolo ad un essere umano, e la sostanza non cambia: lo stupro è un modo per l’aguzzino di provare una sensazione di potere, gioia, soddisfazione attraverso la tortura di una vittima che non può difendersi.

E, allo stesso modo: l’abuso di un bambino è un modo per l’aguzzino di provare una sensazione di potere, gioia, soddisfazione attraverso la tortura di una vittima che non può difendersi.

La connessione c’è ed è evidente: la linea che separa un torturatore di animali da qualcuno in grado di commettere abusi nei confronti dei suoi simili è molto più sottile di quanto credano in molti. 

Alcuni esempi:

Patrick Sherrill, che uccise 14 colleghi ad un ufficio postale e poi si suicidò, era stato incriminato per aver rubato cani e gatti dei vicini. Spingeva poi il proprio cane ad aggredirli e a mutilarli.

Earl Kenneth Shriner, che stuprò, pugnalò e uccise un ragazzino di 7 anni, era conosciuto per i suoi trascorsi di violenza verso gli animali: infilava loro petardi nel retto.

Brenda Spencer, che aprì il fuoco in una scuola di San Diego uccidendo due bambini e ferendone altri nove, aveva abusato ripetutamente di cani e gatti dandoli alle fiamme.

Albert DeSalvo, lo strangolatore di Boston che uccise 13 donne, intrappolava cani e gatti in gabbie e successivamente li trafiggeva con numerose frecce.

Carroll Edward Cole, 35 omicidi sulla coscienza, dichiarò che il suo primo atto di violenza era consistito nello strangolamento di un cucciolo di cane.

Nel 1987, tre adolescenti vennero condannati per aver picchiato a morte un compagno di classe. Tutti avevano precedenti di mutilazione di animali a partire dall’infanzia. Uno dei tre confessò di aver ucciso così tanti gatti da perdere il conto.

Il serial killer Jeffrey Dahmer impalava teste di cani, gatti e rane su alcuni bastoni.

Gli autori della strage della Columbine School, Eric Harris e Dylan Klebold, che uccisero 12 tra studenti e insegnanti prima di suicidarsi, si vantavano con gli amici di mutilare animali.

In conclusione: a prescindere che arrivino o meno a compiere azioni violente nei confronti degli esseri umani, gli aguzzini di animali sono mostri e come tali devono essere considerati.

Ecco perché non si possono chiudere gli occhi davanti ad alcun abuso verso le creature non umane, mai.

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