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Nemesi Animale come Igualdad Animal: guarda in faccia chi mangi

Bravi. Bravissimi. 

Gli esponenti di Nemesi Animale hanno fatto a Milano, né più né meno, quello che la splendida associazione animalista Igualdad Animal ha fatto a Madrid un paio d’anni fa: manifestare in silenzio, a volto scoperto e senza clamore mediatico, per chi una voce non ne ha.

E invitare il pubblico, i passanti, a guardare in faccia chi viene mangiato ogni giorno.

I membri di Nemesi Animale hanno occupato piazza San Babila a Milano la scorsa domenica. Diversi esponenti tenevano tra le braccia i corpi senza vita di coloro che molti si ostinano ancora a chiamare cibo: creature di un’altra specie, ma non dissimili da noi. Esseri viventi dalla vita emotiva ricca, uccisi per riempirci lo stomaco nell’ingordigia atroce e disumana della nostra epoca come se una scelta etica, una scelta vegan, non fosse non solo salutare, ma anche più compassionevole. Anzi, l’unica davvero compassionevole e rispettosa di creature non-umane che, proprio in quanto non umane, non godono neppure del diritto di essere lasciate vivere.

Per chi si ostina ancora a tenere gli occhi chiusi, o a voltare lo sguardo, può essere agghiacciante essere obbligati a vedere una bistecca quando ancora non ha la forma di una bistecca: quando ancora è un essere con arti, occhi, un volto, un cuore. 

Galline, maialini, conigli: non si sa come Nemesi Animale sia riuscita a procurarsi questi “scarti senza valore” dell’industria della carne e dei suoi derivati, e in fondo non importa. L’impatto è quello che conta, soprattutto perché non si tratta di un’opinione, ma di una verità oggettiva: questo è quello che accade dietro le mura spesse dei mattatoi e degli allevamenti, ogni giorno.

“Prima di mangiare, guarda chi c’è nel piatto”: si potrebbe riassumere così il mantra della manifestazione di Nemesi Animale.

Su uno dei cartelloni, lo sguardo disperato di una scrofa a cui avevano appena portato via i cuccioli destinati a diventare prosciutti, salami, cotechini. Una scrofa che, se è ancora viva, sarà presto ingravidata artificialmente, di nuovo, per dare vita a nuovo cibo. 

Dicono i volontari che i piccoli corpi senza vita tra le loro gabbie non venivano neppure rimossi dalle gabbie, ma gettati sui tetti in attesa di essere distrutti.

Quella dell’orrore del mercato della carne è una presa di coscienza dolorosa e necessaria per un cambiamento interiore profondo, che, se collettivo, porterà ad un futuro diverso. Migliore.

Per tutti.

Nella foto, un piccolo di maiale ucciso.

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